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Rassegna Stampa
Luigi, un angelo che indossa la divisa


Un anno fa spalava fango a Capoterra, oggi è in Afghanistan

L'Unione Sarda. Venerdì 23 ottobre 2009

CAPOTERRA Una spessa coltre di nubi trattiene i primi raggi del sole ritardando l'alba in questo giorno di dolore e di ricordo. Dodici mesi dopo l'alluvione. Nuvole che arrivano dal mare, sature di umidità spinte dal vento che soffia da sud. Come allora. Una pioggia leggera, appena fastidiosa, accompagna il cammino di chi vuole ripercorrere le tappe di quella tragedia. Ponte di Pauliara, scuola di Rio San Girolamo, chiesetta di Su Loi. Luogo per luogo, alla stessa ora. Come un anno fa. Visi anonimi, rappresentanti di associazioni, sacerdoti, autorità comunali. Ma c'è chi non può essere presente.
Sono le 7,30 del mattino del 22 ottobre 2009, il telefono squilla a 5 mila chilometri di distanza, in una stanza spartana che offre alloggio ai militari della Brigata Sassari. Il maresciallo Luigi Zuddas, 49 anni, moglie e figli a Capoterra, fa parte del contingente italiano schierato in Afghanistan. Missione di pace, dicono le regole d'ingaggio. Un anno fa, il sottufficiale non stette ad attendere ordini o preghiere e fu tra quanti si presentarono davanti alle case devastate dal rio San Girolamo con una carriola e una vanga. Bisognava dare una mano d'aiuto a chi non aveva più un tetto e non si tirò indietro. «Era giusto fare così», disse con disarmante semplicità. Ieri, la stessa modestia di allora: «Nell'esercito sono un geniere e aiutare la popolazione civile fa parte del mio lavoro». Poche parole dietro le quali si cela un curriculum di tutto rispetto: Operazione Pellicano in Albania nel 1991, quando si trattò di dare letteralmente il pane a migliaia di persone ammassate nelle città costiere pronte a partire per raggiungere l'Italia. Poi interventi in soccorso della popolazione per le inondazioni in Emilia Romagna nel 1995 e nel 2000; ancora nel '95, a Chivasso, servizio d'emergenza per assicurare i collegamenti interrotti dal crollo di un ponte sul Po.
IN PRIMA LINEA Un anno fa a spalare fango a Frutti d'Oro, oggi a Herat a lavorare per la pace. Sempre in prima linea, maresciallo Zuddas. «Per carità, non mi sento un eroe, più semplicemente credo nella fraternità tra gli uomini, nella democrazia e nella giustizia. Qui i problemi sono tantissimi e io sono soltanto una piccola goccia, ma anche in questa missione cercherò di fare al meglio il mio lavoro per cercare di risollevare le condizioni della gente che più ha bisogno. Sono queste le esperienze giuste da vivere».
GIORNO DI DOLORE Alla stessa ora (anche se il fuso orario fa spostare le lancette due ore e mezzo indietro), oltre le montagne che raccolgono la prima neve, un salto che supera mezzo Mediterraneo riporta al punto di partenza di questa storia, ai quartieri che hanno subìto la furia del rio San Girolamo. Il 22 ottobre è giorno di dolore per le vite spezzate dalla furia del fiume. Ma è anche giorno di riflessione e di speranza. Perché la vita continua. Nello spiazzo dietro la chiesa della Beata Vergine, dove un anno fa arrivavano i camion carichi di provviste e scatoloni colmi di vestiario, ieri mattina le braci di una grigliata all'aperto odoravano ancora di salsiccia e castagne arrosto. Sono i segni di una festicciola della sera precedente. Uno spettacolo non infrequente organizzato dalle tante persone coinvolte nelle attività della Parrocchia. Nessuno è invitato, tutti sono ospiti graditi. Dietro le quinte, don Battista osserva compiaciuto. È lui il regista di quella perfetta macchina dei soccorsi che è stata in grado di mettersi in moto quando ancora le case erano sommerse dall'acqua ed ha continuato a macinare aiuti per dodici mesi. «Anche ieri abbiamo portato cucine a gas e frigoriferi ad alcune famiglie di sfollati che solo ora sono riuscite ad avere una casa», si lascia sfuggire nel parlare delle iniziative per commemorare la ricorrenza. Con un occhio di riguardo verso i ragazzi, «perché - aggiunge - è da loro che dobbiamo partire, se vogliamo costruire un mondo più giusto, se vogliamo isolare gli egoismi criminali, se crediamo nel rispetto delle leggi della natura».
ANGELI Anche lui, come decine di parrocchiani, è uno degli Angeli che questa tragedia ha portato alla luce. Ma, come tanti, non ama i riflettori. Come Riccardo Russo, uscito di casa, a Poggio dei Pini, quando dal cielo si abbatteva il diluvio e il fiume cominciava ad uscire dagli argini. Protetto solo dalla cerata rossa del Grusap, assieme a due carabinieri si è lanciato in soccorso di due donne bloccate in una Micra color crema che il fiume minacciava di trascinare via. Non sono stati soli: decine di storie come queste attendono ancora di essere conosciute.
Gli Angeli: nel giorno del dolore, quando le polemiche mai sopite devono tacere, sono loro a meritare una citazione. Come non ricordare i volontari della Misericordia di Capoterra, che si sono prodigati in prima persona e anche per la raccolta di fondi, o i soci di Soccorso Iglesias, tra i primi ad arrivare sul posto con cucine e tende, o gli altri mille volontari delle tantissime organizzazioni giunte da tutta l'Isola assieme a Polizia, Carabinieri, Forestale, Guardia di finanza e al personale e ai mezzi messi a disposizione da Comuni, Province, Enti pubblici e aziende private. E come dimenticare i Vigili del fuoco e il loro forsennato impegno per cercare di essere presenti dovunque ci fosse necessità di un aiuto. A muovere questo esercito non è stato solo il dovere istituzionale: dentro le tute e le divise c'erano uomini e donne che, col loro entusiasmo, hanno saputo lenire il dolore di chi si era visto il mondo crollare addosso. Oggi sono loro a meritare il plauso. Da domani si ricomincerà a parlare di responsabilità penali e di ricostruzione.
ANGELO PANI

(foto:Unione Sarda)

 

 
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